
Comunicato stampa: numero record di difensori della natura assassinati nel mondo nell’ultimo anno
Numero record di difensori della natura assassinati nel mondo nell’ultimo anno
Romania alla pari con Burkina Faso, Congo e Kazakistan
Il numero più alto di difensori della natura assassinati in un solo anno è stato registrato da Global Witness nel 2019, mostrando che l’attivismo contro i cambiamenti climatici resta il più rischioso, mentre lo sfruttamento distruttivo delle foreste ha determinato il maggiore aumento delle aggressioni.
Bucarest, mercoledì 29 luglio 2020 — Global Witness pubblica oggi il rapporto annuale che presenta il numero più alto di attivisti ambientali e difensori della natura assassinati nell’arco di un anno, segnalando 212 persone che hanno perso la vita per aver difeso la propria terra ed essersi opposte alla distruzione della natura.
Consulta il rapporto «Defending Tomorrow» (in inglese)
Il rapporto di Global Witness mette in luce il ruolo particolarmente importante dei difensori della natura nella lotta contro i cambiamenti climatici e le industrie distruttive che causano massicce emissioni di gas serra, accelerando il riscaldamento globale e la distruzione dell’ambiente. Sottolinea con chiarezza come, imparando dalle restrizioni e dalla sorveglianza durante la pandemia di COVID-19, la protezione di questi attivisti diventi ancora più importante per ricostruire un pianeta più sicuro e più verde.
In media, quattro difensori della natura sono stati uccisi ogni settimana dalla creazione dell’Accordo di Parigi sul clima nel dicembre 2015. La maggior parte, però, viene ridotta al silenzio attraverso attacchi violenti, arresti, minacce di morte o processi.
È sconvolgente che oltre la metà degli omicidi segnalati l’anno scorso sia avvenuta in soli due paesi: Colombia (64) e Filippine (in aumento da 30 nel 2018 a 43 nel 2019). A livello mondiale, tuttavia, il numero è con ogni probabilità molto più alto, perché molti casi non vengono mai registrati.
Tra gli attivisti uccisi nel 2019 figura Datu Kaylo Bontolan, nelle Filippine, dopo essersi opposto all’estrazione mineraria illegale nella zona. Capo della tribù Manobo, è stato uno degli indigeni uccisi nel 2019 mentre difendevano le terre ancestrali dai nuovi arrivati intenzionati a sfruttarne le risorse naturali.
L’estrazione mineraria è stata il settore con più omicidi registrati a livello mondiale, con 50 casi nel 2019, seguita dall’industria agrochimica, soprattutto in Asia, dove si è verificato l’80% degli attacchi nel settore.
Anche la Romania compare nel tragico rapporto, che menziona le guardie forestali Liviu Pop, ucciso nel Maramureș, e Răducu Gorcioaia, ucciso a Iași. Gabriel Păun, fondatore di Agent Green, è presentato come l’attivista sopravvissuto a diversi attacchi e che ancora oggi non è stato ridotto al silenzio, proseguendo insieme ad Agent Green gli sforzi per proteggere le ultime foreste primarie e vetuste, che rappresentano i serbatoi più importanti per la biodiversità e strumenti per contrastare i cambiamenti climatici.

«Purtroppo viviamo in un paese dove lo Stato è costantemente il nemico numero 1 dell’ambiente. Lo Stato romeno non ha ancora punito chi mi ha fatto del male, sebbene gli autori siano noti. Anzi, cerca di ridurre al silenzio sia me sia chiunque osi difendere la natura e dia abbastanza fastidio. Per le povere guardie forestali uccise non ci sono neppure sospettati. Ho scelto di continuare questa lotta e di portare lo Stato in tribunale. Insieme ad Agent Green porto avanti oltre 70 processi contro le autorità romene, mentre le denunce alla Commissione europea si sono già trasformate in procedure d’infrazione, con le autorità romene oggi a un solo passo dalla Corte di giustizia dell’Unione europea», ha dichiarato Gabriel Păun, fondatore di Agent Green.
Tra gli attivisti che continuano a lavorare sotto minaccia c’è Angelica Ortiz, una delle donne Wayuu più in vista di La Guajira. Minacciata, Angelica si oppone da anni alla più grande miniera di carbone dell’America Latina, cercando di proteggere il diritto all’acqua delle comunità che vivono nelle regioni più povere della Colombia.
Rachel Cox, responsabile di campagna di Global Witness, afferma: «L’agricoltura e l’industria dei combustibili fossili sono state costantemente quelle che hanno attirato il maggior numero di attacchi contro i difensori della natura. Sono anche le industrie che aggravano i cambiamenti climatici attraverso la deforestazione e l’aumento delle emissioni di carbonio.
Molti omicidi ambientali e abusi dei diritti umani nel mondo sono motivati dallo sfruttamento delle risorse naturali, dalla corruzione nella politica globale e nel sistema economico. Gli attivisti ambientali e i difensori della natura sono le persone che prendono posizione al riguardo.
Se vogliamo davvero progettare un ritorno alla normalità più verde, una vita più sana e capace di portare realmente benessere alle persone, dobbiamo affrontare le cause degli attacchi e seguire la direzione indicata da chi vuole proteggere la natura e contrastare i cambiamenti climatici».
Global Witness mostra anche lo schema formatosi nel tempo delle comunità indigene attaccate in modo sproporzionato perché difendono i propri diritti e territori, nonostante gli studi dimostrino che i popoli indigeni e le comunità locali gestiscono foreste che contengono l’equivalente di almeno 33 volte le nostre emissioni annuali di carbonio. Nel 2019, soltanto in Amazzonia si sono verificati 33 omicidi, pari al 90% degli omicidi in Brasile.
I dati del 2019 mostrano inoltre che in 1 caso su 10 nel 2019 la vittima era una donna. Le donne che difendono la natura affrontano minacce più specifiche, comprese campagne diffamatorie incentrate sulla vita familiare e contenuti sessualmente espliciti o sessisti. Anche la violenza sessuale viene spesso usata come tattica per ridurre le donne al silenzio, e la maggior parte dei casi non viene registrata.
Nonostante queste minacce violente e la criminalità, i difensori della natura nel mondo riescono a ottenere vittorie nel 2019: una testimonianza della resilienza, della forza e della determinazione dimostrate proteggendo i propri diritti, l’ambiente e il nostro clima globale.
In Ecuador, la tribù indigena Waorani è riuscita a impedire al governo di mettere all’asta il proprio territorio per lo sfruttamento petrolifero. In Indonesia, la comunità indigena Dayak Iban del Borneo centrale ha ottenuto la proprietà legale di 10 000 ettari di terra dopo una lotta durata diversi decenni.
Inoltre, in un caso portato alla Corte suprema del Regno Unito dalle comunità colpite dall’estrazione del rame nelle miniere dello Zambia, il giudice ha deciso che il processo poteva essere giudicato nei tribunali d’Inghilterra, con possibili implicazioni per le imprese che non rispettano gli impegni pubblici assunti nei confronti delle comunità e dell’ambiente.
La deforestazione è il settore con la crescita più rapida degli omicidi a livello globale dal 2018, con l’85% in più di attacchi registrati contro gli attivisti che si opponevano all’industria.
Contatto stampa (può facilitare interviste con tutti i sopravvissuti menzionati nel rapporto):hiqbl@globalwitness.org
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